alcune riflessioni sul progetto

Se è vero che, come dice la Convenzione Europea del Paesaggio, esso è quella “porzione di territorio così com’è percepita dalle popolazioni che lo vivono” allora possiamo affermare che questa mostra presenta davvero il paesaggio abitato dai ragazzi che hanno partecipato a questo progetto – e con esso, presentano loro stessi.

Paesaggio inteso non nella sua componente puramente estetica o vedutistica, ma come ciò che è generato dall’azione cosciente e sistematica della comunità umana che vi è insediata e che nei luoghi lascia i segni della propria cultura.

Il paesaggio è dunque un “prodotto sociale”, un bene culturale che interessa una vasta porzione di territorio, che non ha confini ma sfumature, che radica gli uomini ai luoghi attraverso un processo di identificazione nei valori di cui il paesaggio si fa portatore.

Chiedere a ragazzi di 11, 12, 13 anni cosa significa per loro vivere qui, significa raccontare non uno, ma molteplici paesaggi.
Diversi come sono diverse le percezioni di ognuno. Significa soprattutto aprire delle questioni che riguardano tutti ed affrontarle con quella freschezza che gli adulti, a volte, non hanno perché nel mettere in gioco una visione sicuramente più complessa, a volte, in quella complessità, si perdono.

In questa mostra emergono valori e criticità del territorio, espresse da chi lo immagina al futuro e che in quel futuro cerca se stesso. Ci sono forti convinzioni ma anche paure, consapevolezze, stereotipi, proposte, visioni. Ci sono domande.

Emerge il ruolo della montagna come “cartina di tornasole” di una situazione economica e sociale più ampia, dove, come accade sempre nei luoghi ai margini, le questioni appaiono prima. Emerge la necessità di vivere in una comunità accogliente, forte e attiva, che sappia offrire a se stessa valide motivazioni per continuare ad esistere, che sappia essere resiliente e capace di costruire il proprio domani.

Un domani che non può essere determinato solamente da qui ma che coinvolge il mondo intero, il “sistema” di produzione e consumo, gli stili di vita delle persone, la loro capacità di abitare in sintonia con i luoghi, per viverci bene e per riconoscerne le potenzialità.

Emerge la necessità di distinguere bisogni da desideri, adoperarsi per soddisfare i primi e saper bilanciare i secondi, i quali, ora più che in passato, appartengono ad una civiltà “urbana”. Sta qui l’importanza e la responsabilità di avvicinare i bambini ed i ragazzi alla conoscenza del loro paesaggio, affinché abbiano tutti gli strumenti per riconoscerne i valori e le criticità, perché li possano confrontare con quelli di altri luoghi e poter decidere loro stessi se rimanere, partire, andare o tornare. E quale il modo migliore se non andando fisicamente nei luoghi, osservando con attenzione, incontrando persone, raccogliendo informazioni, raccontando ciò che si pensa e si crede giusto dire.

Da sempre le comunità si creano attorno ad una narrazione collettiva, il paesaggio stesso è una narrazione collettiva. Come dice Franco Lorenzoni*, la narrazione è libertà di parola, la narrazione unisce mondi, educa all’ascolto reciproco, facilita l’immedesimazione, invita all’uso delle parole, è una pratica democratica. La narrazione è una festa. Questo è ciò che ha provato a fare questo progetto e il suo risultato vuole invitare adulti e bambini, abitanti di questi o altri luoghi, a farsi delle domande sui propri paesaggi. Sui propri modi di viverli.

Vorrebbe far venir la voglia ad ognuno di raccontarli, nella convinzione che questo è un buon modo per scoprirli, conoscerli e far conoscere il proprio personale, unico, paesaggio.

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